La Basilica Pontificia San Vito Martire

Una bolla attestante il diritto dell’Università di Forio ad avere un parroco residente nella parrocchia di San Vito. È questo il primo documento ufficiale riguardo la chiesa del santo patrono, e risale al 1306. C’è chi sostiene che originariamente la chiesa di San Vito sorgesse nella baia di Citara, e che solo in un secondo momento fu deciso di erigere un nuovo tempio in posizione più riparata per sfuggire alle incursioni saracene.

Tuttavia mancano evidenze empiriche in tal senso, mentre non stupisce il fatto che una chiesa così importante sia stata edificata al centro del primo nucleo abitato di Forio. Solo nel XIII e XIV secolo, infatti, la popolazione locale cominciò a estendersi verso la marina, tra l’altro, avendo come riferimento un’altra chiesa, quella di Santa Maria di Loreto.

Ma torniamo alla Basilica Madre di San Vito. Nonostante le origini trecentesche, il volto attuale della chiesa è per la maggior parte dovuto a lavori di ampliamento e ristrutturazione avvenuti nel XVIII e XIX secolo. Solo per citarne alcuni, senza pretesa di esaustività: l’ampliamento della chiesa (1735); l’altare maggiore (1748); decorazioni in stucco, pavimento e altari delle navate laterali (1790); pannello maiolicato di San Vito sulla facciata esterna (1881).

Poi ci sono le due torri a pera: una con l’orologio, l’altra con la campana più grande del comune, regalata nel 1854 da Ferdinando II di Borbone. All’interno, invece, c’è la statua di San Vito disegnata dal famosissimo Giuseppe Sammartino,  autore di quel “Cristo velato” custodito nella Cappella Sansevero a Napoli che, secondo diversi critici, è la scultura più bella mai realizzata al mondo. La statua di San Vito è custodita in sagrestia ed è visibile in occasione della festa patronale dal 14 al 17 giugno.

Quanto alle restanti opere d’arte, diverse sono a firma di Cesare Calise e Alfonso Di Spigna, i due pennelli sacri dell’isola d’Ischia operativi rispettivamente nel ‘600 e nel ‘700. Del Di Spigna, la “Madonna con San Vito e Santa Caterina d’Alessandria” alle spalle dell’altare maggiore e il “Compianto sul Cristo Morto” subito dopo l’ingresso in sagrestia.

La prima tela non è di certo tra le migliori dipinte dell’artista lacchese. Fa notizia, però, l’affresco di Forio in basso a sinistra del quadro secondo una consuetudine, assai diffusa a quel tempo, di rappresentare il territorio all’interno dell’opera. Il Compianto sul Cristo Morto, al contrario, è uno dei quadri meglio riusciti del Di Spigna che riesce a trasferire su tela le sue idee di armonia, grazia e circolarità figlie dell’impronta neoclassica prevalente attorno la metà del ‘700.

Infine, una curiosità. Sulla parete in fondo l’ampio sagrato che precede l’ingresso c’è una lapida commemorativa delle vittime innocenti dell’8 settembre 1943. Già, perchè, proprio nella notte seguente la firma dell’armistizio, Forio fu bombardata dall’aviazione inglese per ragioni mai chiarite fino in fondo. In quella tragica circostanza morirono 13 persone, tra cui donne e bambini. Una pagina triste del ‘900 dell’isola d’Ischia che tuttavia, dopo le difficoltà legate ai due conflitti mondiali seppe rialzarsi e agganciare il miracolo economico dei successivi anni ’50 e ’60.

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